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Benvenuti, oggi viaggeremo virtualmente a Lecce e lo faremo in un modo atipico, accantonando le sue esuberanze barocche focalizzando l’attenzione su un museo poco noto, che meriterebbe maggiore attenzione per poter essere visitato da tutti gli appassionati, come me, di materiali antichi impiegati per la scrittura.

Lecce, tra le tante ricchezze che possiede, tra motivi floreali, figure e animali mitologici, fregi e stemmi, è anche scrigno di un museo particolare, il Museo Papirologico che raccoglie una ricca collezione costituita da oltre 400 papiri. La collezione dei papiri leccesi, contrassegnata dalla sigla PUL (Papyri Universitatis Lupiensis), è costituita da papiri greci, demotici, geroglifici, ieratici e copti.

Un Museo che narra la storia dell’uomo, la sua evoluzione e la necessità di quest’ultimo di fissare i suoi pensieri e i suoi sentimenti per mezzo della scrittura.

Inizialmente l’uomo utilizzò la scrittura ideografica (es. cuneiforme geroglifica, cinese), in cui ogni segno rappresentava un’idea, e la scrittura fonetica, in cui ogni segno rappresentava un suono. Successivamente per fissare la scrittura in maniera duratura, i segni grafici vennero incisi con pietre aguzze o punte di metallo (stili), dapprima su tavolette di argilla e poi su tavolette di cera. Ma cos’è il papiro e come e perché nasce l’idea di utilizzarlo?

Ma l’idea di realizzare ed utilizzare il papiro come supporto per la scrittura nacque grazie agli Egiziani, i quali impiegarono la corteccia interna di una pianta che vegeta sulle rive del Nilo, chiamata papiro.  La corteccia era divisa per lungo in falde sottili, congiunte e disposte una sopra l’altra e dopo varie operazioni di battitura, collatura, levigatura ed essiccamento si formavano lunghe strisce che potevano risultare anche di vari metri. Esse venivano poi arrotolate e conservate entro custodie di legno o di metallo, così da formare un “volume”, il cui termine significa appunto “lunga striscia arrotolata”. Sui fogli ottenuti gli egiziani scrivevano mediante il calamo o cannuccia intinto in sostanze coloranti.

Molte pergamene sono splendide sia per la bellezza della scrittura, sia per i fregi, anche a colori, di cui sono ornate; esse, comunque, costituivano oggetti rari e preziosi poiché i testi originali degli autori potevano essere riprodotti soltanto per mezzo dei copisti, la cui opera richiedeva ovviamente grande abilità tecnica e artistica e molto tempo. L’attività dei copisti fiorì soprattutto nel medioevo ad opera dei monaci e si estese anche ai laici, finchè sorsero aziende specializzate che continuarono quest’arte fino alla metà del Quattrocento, epoca in cui furono inventati i caratteri mobili – l’arte della stampa.
Alle voci “papiro”, sono legate “palinsesto” o “codici riscritti”, poiché molte volte la pergamena veniva raschiata della prima scrittura per poterne ricevere una seconda.
Gli scritti a mano su papiro o pergamena erano chiamati manoscritti ed erano realizzati dai copisti (amanuensi).
La caratteristica che differenziava i due supporti era quella della conservazione, il papiro veniva conservato arrotolato, mentre la pergamena si poteva tenere in fogli e l’unione di più fogli costituiva un libro, detto codice. Il papiro non fu né il primo e né l’ultimo supporto impiegato dall’uomo, difatti venne usata pure la pergamena, ossia la pelle di pecora, capra, vitello, asino, ecc. conciata e preparata in modo speciale e così chiamata perché nella città di Pergamo (Asia Minore) ebbe sede la prima fabbrica per la preparazione della pelle da scrittura (II sec. a. C).

 

Per approfondire le ricchezze del Museo Papirologico dell’Università del Salento di Lecce e visitarlo vi consiglio di visitare il seguente link: http://www.museopapirologico.eu/mus_papi.htm

 

                                                                                                                                                                                Maria Rosa Borraccino

                                                                                                                            (Diagnosta e conservatrice dei beni culturali - specializzata in Restauro di reperti cartacei)