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Introduco questo breve articolo per approfondire una reazione chimica che coinvolge l’arte. 

Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”  (Antoine-Laurent de Lavoisier)

La chimica è la scienza alla base di tutto, ed ovviamente come non considerarla nell’arte? 

Oggi focalizzeremo l’attenzione sul tema dell’affresco. Tale tecnica vede protagonista una reazione che apporta numerosi vantaggi, tra i quali quello che ci permette di poter ammirare quest'arte ancora tutt'oggi, nonostante i secoli che ci separano dalla sua realizzazione. 

Prima di cominciare, vorrei che aveste un esempio pratico e facilmente visionabile presente sul nostro territorio pugliese: gli affreschi che decorano le sale del Palazzo Ducale di Martina Franca. I cicli pittorici settecenteschi adornano la “Sala dell’Arcadia”, “Sala del Mito” e “Sala della Bibbia”, realizzati dal maestro Domenico Carella da Martina (img 1).

 

Img 1: Affreschi del Palazzo Ducale di Martina Franca - artista Domenico Carella

 

Le immagini ben mostrano lo straordinario lavoro che fu effettuato, ma non ci lascia indifferenti l’integrità in cui versano e la brillantezza dei colori che, dopo poco più di tre secoli, mostrano. 

Per poter capire il “segreto” della sua giovinezza bisogna ripercorrere i momenti che gli hanno dato vita. 

Vi siete mai chiesti cosa c’è sotto il dipinto che vediamo? Ebbene, la risposta alla nostre domande risiede proprio qui. Al disotto del dipinto troveremo tre strati: tonachino, arriccio e rinzaffo (fig. 1).

 

Fig. 1: Strati dell'Affresco

 

Il primo strato applicato sul supporto (muratura) è costituito da calce e sabbia grossa, e serviva principalmente per rendere la superficie muraria quanto più possibile regolare ed omogenea. Su questo veniva steso l’“arriccio”, così chiamato perché veniva steso in maniera grossolana per far sì che lo strato successivo vi si aggrappasse. Il terzo strato è chiamato “tonachino” o “intonachino”, composto da malta e sabbia fine, polvere di marmo, calce e acqua. L’insieme di questi strati costituiva la preparazione del supporto e sull’ultimo strato, il tonachino, si dipingeva.

In base alla stesura del tonachino si possono distinguere due tecniche: pittura murale a fresco e a secco. La pittura murale “a fresco”, o a “buon fresco”, veniva realizzata su un intonaco fresco, appena steso, al contrario la pittura a secco veniva eseguita sull’intonaco già asciutto. I pittori del tempo avendo notato una maggiore brillantezza dei colori e resistenza nel tempo, applicavano l’ultimo strato solo dove e quando avevano intenzione di dipingere, per far sì che fosse sempre fresco, si parla di pittura “a giornate” data la sua stesura effettuata  giorno per giorno.

La differenza che contraddistingue le due tecniche è evidente ancora oggi, i dipinti realizzati con la tecnica a “buon fresco” godono di ottime condizioni permettendoci  di poterli ammirare. 

Questa caratteristica è attribuibile ad una reazione chimica avvenuta durante la realizzazione dei dipinti, parliamo del fenomeno di CARBONATAZIONE subìto dalla malta di calce che compone il tonachino, la cui disidratazione determina la formazione di uno strato vetroso che protegge l’opera e fissa in modo definitivo i pigmenti. 

Dopo l’applicazione dello strato di tonachino, questo comincia ad asciugare, perciò l’acqua contenuta all’interno migra verso l’esterno per evaporare, ma nel contempo trasporta l’idrossido di calcio che costituisce la malta. L’idrossido di calcio raggiungendo la superficie del dipinto viene a contatto con l’anidride carbonica dell’aria producendo carbonato di calcio che ingloba e fissa i colori dell’affresco (fig. 2). 

Fig. 2 - reazione di carbonatazione

Lo strato formato dalla carbonatazione della malta di calce è detta calcina, e svolge una funzione protettiva nei confronti dei pigmenti.

Il fenomeno che si verifica è rapido superficialmente ma lento in profondità, in quanto la migrazione dell’acqua contenuta negli strati interni lentamente arriva in superficie e l’anidride carbonica fatica a penetrare nella preparazione, impiegando anche diversi mesi.

La tecnica a secco, invece, veniva impiegata principalmente per piccoli ritocchi differenziandosi con toni di colore fortemente attenuati ed una cattiva conservazione nel tempo. La tecnica prevedeva l’applicazione dei pigmenti sul tonachino secco attraverso l’impiego di un legante che permettesse l’adesione al supporto. Un intonaco già carbonatato esclude il verificarsi della reazione di carbonatazione durante l’applicazione dei colori, creando due strati distinti: l’intonaco e lo strato pittorico, quest’ultimo maggiormente suscettibile al degrado.

Eccone svelato il “segreto”, ora non vi resta che andare necessariamente a visitare il Palazzo Ducale di Martina Franca e riflettere sulla reazione che ha dato vita ai suoi affreschi.

Dott.ssa Maria Rosa Borraccino

(diagnosta e conservatrice dei beni culturali)