Questo sito prevede l‘utilizzo di cookie, anche di terze parti. Continuando a navigare sul sito si considera accettato il loro utilizzo. Ulteriori informazioni

Molto spesso, guardando i numerosi monumenti architettonici che ci circondano, notiamo il loro evidente degrado. I fattori fisici e chimici sono solo alcune delle cause, ma non possiamo far altro che notare piante, funghi, animali, muschi e patine verdastre che li abitano, creando dei “giardini” verticali. Purtroppo la loro presenza non è positiva in quanto inducono il biodeterioramento. Le nostre chiese, i palazzi storici e i castelli diventano “dimore” per gli organismi che le colonizzano trovando un appetibile substrato utilizzato per fini di ancoraggio e scopi nutrizionali.

In questo articolo rifletteremo sul legame tra ARTE e MICROBIOLOGIA!

Tra i biodeteriogeni citati ce ne sono altri del tutto invisibili alla nostra vista tanto da apparire innocui per le loro ridottissime dimensioni, sono i MICRORGANISMI. La loro presenza non è da sottovalutare, poiché, seppur organismi minuscoli risultano tenaci da rimuovere e creano danni ben più gravi rispetto ad ogni altro organismo vivente. 

“L'unione fa la forza” sembra essere il loro motto di sopravvivenza!

La strategia impiegata per la loro crescita da questi minuscoli ma straordinari organismi è la cooperazione che preclude necessariamente una comunicazione tra i singoli individui (sociomicrobiologia). 

Al contrario di organismi più evoluti e complessi (piante, muschi e licheni), i microrganismi non hanno strutture, come le radici, che permettono l’ancoraggio alle superfici, perciò la cooperazione con altri microrganismi si rivela un metodo efficace che permette di aderire ricavandone numerosi vantaggi anche nutrizionali. I microrganismi si organizzano in associazioni all’interno di un strato viscoso e  appiccicoso, noto come BIOFILM, che sui nostri monumenti appare come una patina. Il biofilm è una struttura di difesa contro agenti chimici, fisici e biologici, garantendo la colonizzazione attraverso un migliore sfruttamento delle risorse.

Fasi evolutive del biofilm

I batteri scelgono il substrato da colonizzare in base alla composizione e alla rugosità, privilegiando superfici irregolari che rappresentano delle vere e proprie “nicchie”, dandogli un senso di protezione. Successivamente, perdono la loro “coda”, detta flagello che gli ha permesso di muoversi, ed iniziano a produrre sostanze polimeriche che costituiscono nel loro insieme una matrice polisaccaridica, composta da acqua, polisaccaridi, DNA, proteine, lipidi, ioni.. Si crea un reticolo costituito da microgruppi di microrganismi immersi nella matrice e separati da canali vuoti che permettono lo scarto e la circolazione di fluidi e nutrienti. Questa struttura complessa prende il nome di biofilm

Cosa succede se le condizioni ambientali cambiano? Il biofilm diviene sfavorevole e i batteri che lo compongono tornano alla vita libera recuperando la motilità riacquistando il flagello.

Castello ducale - Ceglie messapica (BR) - presenza di patine e vegetazione spontanea

 
Palazzo Vitale - Ceglie messapica (BR) - presenza di biofilm e vegetazione

La presenza di biofilm su materiali lapidei non solo crea danni estetici e deteriora le superfici, corrose dai composti metabolici, da particelle e inquinanti atmosferici che vengono accumulati nella matrice, ma risulta anche fortemente resistente anche alla rimozione, specialmente quando nelle fasi di restauro i trattamenti risultano insoddisfacenti. Lo studio dei biofilm ha rilevato che la loro rimozione non deve essere mirata ai microrganismi, visti come singoli individui, ma alla disgregazione della matrice, e questo può avvenire attraverso particolari enzimi, chiamate proteasi, che possono essere paragonate a delle forbici che “tagliano” le proteine ossia i legami che si formano tra le molecole, in modo da liberare le cellule e rompere la matrice.